Che fare degli antichi?
7.1 Smontarli e rimontarli…
Un grande poeta tedesco dei nostri tempi, Hans Magnus Enzensberger (33), traduttore in lingua tedesca di poeti come Fortini e Sanguineti, ha affermato recentemente che fare una traduzione di un testo letterario equivale per lui a smontare un oggetto, proprio come fa un orologiaio quando si trova di fronte un orologio da riparare. E, ancora, che non c’è procedimento più utile della traduzione per capire e giudicare un testo letterario, di qualunque genere esso sia.
Che i testi letterari fossero sempre dei riassemblaggi di materiale precedente lo aveva già compreso Leon Battista Alberti, che nel proemio al terzo libro di una sua opera morale scritta in volgare, i Profugiorum ab erumna (34), dà al contempo un breve saggio di poetica e di teoria della letteratura. L’immagine del mosaico e del mosaicista rende benissimo il fine lavorio di intarsio, di taglio e cucito, che gli umanisti compiono sia quando ‘riparano’ le opere degli autori antichi sia, in fase creativa, quando montano propri assemblaggi testuali, come bravi meccanici, a partire da quei pezzi che trovano nella loro officina. Vale a dire, da quei pezzi di verso, o di frase, che la loro memoria onnivora e fagocitante ha immagazzinato e che, quando scrivono, saltano fuori anche senza volerlo. I più versati nella scrittura creativa se ne accorgono e, scrivendo e riscrivendo, a volte coll’aiuto degli amici, cercano di allontanarsi il più possibile dal modello di riferimento (35). La maggior parte, invece, non si preoccupa di lasciare nella propria “insalata” delle citazioni non sminuzzate provenienti dai classici, maestri di lingua e di cultura. Ma c’era anche chi questo metodo non apprezzava. Quando nel 1457, pochi mesi prima di morire, Valla pronuncia a Roma, nella chiesa domenicana di S. Maria Sopra Minerva, il suo personale “elogio” di S. Tommaso, ci fu chi, tra il pubblico, diede di gomito al compagno, sussurrandogli all’orecchio che chi stava parlando era un pazzo, perché il suo discorso era come un vestito di Arlecchino (36), pieno di toppe prese qua e là, da questo e quell’altro autore.
7.2 …fino alle singole parole
L’acume critico-analitico degli umanisti non scompone solo i testi, ma anche le singole parole. Per dimostrare l’insensatezza del linguaggio mostruoso creato artificialmente dai filosofi scolastici medievali, al di fuori di ogni regola della lingua latina, Valla, filologo-logico, procede verso il linguaggio dell’odiata dialettica medievale con quella che, in termini algebrici, potremmo chiamare una scomposizione ai minimi termini. Veramente esemplare è il modo in cui denuda il roboante participio sostantivato ens (37), parola principe della scolastica medievale, facendolo restare con una misera foglia di fico in mano.
Un geniale riformatore della logica della seconda metà del Seicento, e iniziatore del calcolo combinatorio, Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716), lesse con straordinaria attenzione, da ragazzino, almeno un libro di Lorenzo Valla, quello sul libero arbitrio. «Ero ancora un ragazzetto – confessa Leibniz – e avevo appena imparato a intendere gli autori latini, quando fui incantato dal libro di Lorenzo Valla contro Boezio [il De libero arbitrio]». Più che l’argomento trattato, deve essere stato il metodo del Valla ad aver colpito l’inventore del calcolo combinatorio: quando, infatti, nella maturità, sosterrà che nell’affrontare un problema «l’analisi riduce (38) il problema proposto a parti più semplici e si svolge per salti, come in algebra, o mediante problemi intermedi», noi avvertiamo, nel timbro del ragionamento, una sensazione di familiarità.
7.3 Sfidare gli antichi…
Nel momento in cui Aristotele o Tolomeo sono visti legati a un tempo, in quel punto stesso finisce la loro autorità assoluta e metatemporale (Garin). Che si parli delle regole da seguire per scrivere una buona poesia, oppure di come trattare le fonti storiche, o, ancora, di sanare la parte corrotta di un testo, ci si scontra sempre col problema del rispetto dovuto alle “autorità”. Parlando una volta, durante una lezione, del suo concittadino e amico pittore Francesco Francia, il professor Beroaldo disse che, impegnate nella rappresentazione della natura, le sue mani di orafo e di pittore “gareggiavano” (certantes) con quelle degli antichi.
Gareggiavano, già. Per alcuni umanisti – i più pedanti, i meno originali – questa era una sorta di bestemmia. Per Paolo Cortesi, ad esempio, rivale di Poliziano, c’è un unico modello possibile quando si vuol scrivere prosa, e questo è Cicerone (39). Anche solo l’avvicinarsi agli esiti della sua prosa sarebbe stato un grosso successo. Per Cortesi il modello di Cicerone si impone come l’unico, in quanto la sua perfezione assoluta lo pone come oggettivazione metastorica, oltre cui non è possibile progresso. Per Poliziano invece, che quando prende in mano la penna ha in mente l’immagine dell’ape che coglie fior da fiore, come prima di lui Petrarca, e come dopo di lui Erasmo, scrivere bene significa crare un ottimo miele coi tanti pollini prelevati da una molteplicità di fiori (gli autori). «Non sarò Cicerone?» ribatte ironico Poliziano alle accuse del Cortesi, «ma io sono Poliziano, non Cicerone».
Il criterio del conveniente (‘aptum’), che ha la meglio su quello di bello assoluto, permetterà di raggiungere, attraverso la grazia, la bellezza e la nobiltà, l’idea – nei suoi esiti estremi - di un’umanità molteplice, capace di contemplare diverse dignità di stile, di vita, di pensiero.
7.4 … e superarli
Se in Poliziano l’intento agonistico è celato sotto la pretesa di affermare la propria individualità, nel battagliero Valla è dichiarato in modo da non lasciare dubbi. Nell’ultima delle sue tante polemiche, quella con l’umanista bolognese Benedetto Morandi, sulla contestata genealogia dei re Tarquini tramandata dallo storico Livio, l’umanista romano afferma che per i moderni non avrebbe senso scrivere se, contrastando gli antichi, essi non fossero in grado di correggerne gli errori (40).
Sono gli umanisti stessi, poi, a mettere in guardia i posteri dal trattarli con la reverenza che si deve a nuove autorità. Il più grande filologo, assieme al Poliziano, della seconda metà del Quattrocento, il veneziano Ermolao Barbaro, al termine della sua più celebre opera di erudizione, le Castigatiuones plinianae, in cui emendò da molte centinaia di errori il testo della Naturalis historia di Plinio, avvertiva il lettore (41) a non prendere come un oracolo quanto aveva letto, e a certificare sempre ogni verità a partire dalle fonti. Metteva insomma in guardia dal pericolo di sostituire a un’autorità antica un’autorità moderna.
Gli umanisti più dotati e sicuri non riconoscono altro magistero che quello dell’intransigenza critica. Eliminata ogni mediazione, il corpo a corpo deve essere direttamente con gli antichi. Un umanista francese, uno dei più grandi della prima metà del Cinquecento, che diceva di amare Marsilio Ficino come un padre, e che nel 1514 si farà editore di tutte le opere di Nicolò Cusano, ritradurrà tutto il corpus aristotelico avvalendosi dell’aiuto di molti collaboratori: Josse Clichtove, Thibaut Petit, Beatus Rhenanus e Charles de Bovelles. Lo farà sbarazzandosi dei commenti medievali che rendevano il testo oscuro e senza timori reverenziali verso le traduzioni delle opere morali e politiche dello Stagirita fatte da Leonardo Bruni che da quasi un secolo circolavano per l’Europa. È anche con intraprese di questo tipo che Lefevre d’Etaples opererà una profonda riforma pedagogica nel Collegio parigino cardinal Lemoin.
Page last modified on Monday 12 of January, 2009 08:27:41 CET
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- La scena del Mediterraneo
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- Firenze, Bologna, Parigi: Dante e i saperi del suo tempo
- Petrarca da Avignone a Praga
- Narrare storie dal Mediterraneo all’Inghilterra: circolazione e ricezione di Boccaccio
- Valla, Poliziano, Beroaldo, Erasmo: l’Umanesimo tra Università, accademie e scuole
- Machiavelli e la nuova politica europea
- L’epos ariostesco, il cortigiano, l’hidalgo e la fantasia europea
- Tasso e la soggettività moderna da Montaigne a Milton
- L’Adone, Parigi e una nuova poesia dell’educazione sentimentale
- Shakespeare e il rinascimento italiano
- Il teatro e la novella nel Cinquecento
- Metastasio, il melodramma e la Vienna asburgica
- Milano, Parigi, Londra, Napoli: l’età dei Lumi
- Alfieri: un viaggiatore europeo tra tragico e romanzesco
- Ugo Foscolo e la logica del Neoclassicismo
- Il mondo romantico del dramma e del romanzo
- Le illusioni della natura e dei sogni: Leopardi poeta e filosofo europeo
- L’antilirica della nuova metropoli. Dialetto e cultura europea in Carlo Porta e Giuseppe Gioachino Belli
- Appunti sul melodramma italiano dell'Ottocento e sulla sua fortuna europea
- Ippolito Nievo: le Confessioni di un franc chasseur della letteratura
- Sogni d’altrove. Emilio Salgari e il lettore europeo fin-de-siècle
- Una Sicilia europea: da Verga a Pirandello
- Pascoli e l’Europa simbolista
- Le avanguardie storiche: una nuova poesia, una nuova prosa
- La letteratura italiana del Novecento: un itinerario europeo
- Letteratura e cinema nel Novecento
- Letteratura e mercato letterario: l'Europa e l’Italia tra la guerra e la pace
- Il fumetto in Italia, una narrazione tra pop culture e letteratura
- Barbari benefici o Apocalisse?
