1. Chansons de geste, giullari, pellegrinaggi
Le prime letterature volgari si affermano tra XI e XII sec. (imponendosi a livello europeo fino a tutto il XIII) nella Francia continentale e mediterranea. L'Italia, in questo senso, risente invece di un forte ritardo: il primo testo solitamente citato come punto d’avvio della letteratura nostrana, il
Cantico di Frate Sole - (vedi anche
wikipedia
) di
san Francesco d’Assisi
, risale infatti solo al 1224-’26, durante il biennio che precede la sua morte, quindi circa a duecento anni più tardi; indagare le ragioni più intrinseche di tale ritardo è difficile, e forse velleitario: motivi d’ordine politico s’intrecciarono, in egual misura, a motivi d’ordine religioso, sociale ed anche economico, che sarebbe arduo per noi, qui, ripercorrere.
Le letterature a cui facciamo riferimento sono quella del
Nord-Ovest della Francia
, in
langue d’oïl
(o “antico francese”, o “oitanico”), e quella della
Provenza
e dell’
Aquitania
, esprimentesi in langue d’oc (o “provenzale”, o “occitanico”, o, ancora, “linguadoca”): tali letterature presentarono, poi, fra loro, differenze anche notevoli, sia nei generi, sia negli argomenti trattati. La letteratura in oitanico, ad esempio, pur praticando, in prima battuta, il genere
agiografico
, si concentrò soprattutto sull’epica, e produsse una enorme quantità di cosiddette
chansons de geste
(“canzoni di gesta”), poemi narrativi cavallereschi, che cantavano, perlopiù, le «gesta» di
Carlo Magno
(eroe nazionale del Regno di Francia) e dei suoi
Paladini
contro i
Saraceni
, invasori, nell’VIII sec., della penisola iberica, e minaccia costante, di fatto, per l’intera Europa cristiana medievale. La canzone di gesta più famosa è senza dubbio la
Chanson de Roland
, composta tra la fine dell’XI e la prima metà del XII sec., che narra un episodio guerresco avvenuto nel 778 a
Roncisvalle
, una località sui Pirenei dove la retroguardia dell’esercito di Carlo Magno, guidata dal conte
Orlando
(o Rolando, a seconda delle dizioni), venne sterminata dagli infedeli Saraceni in un vile agguato. La composizione di tale Chanson, anonima come molti altri testi consimili, che nascevano ad opera di
giullari
e
cantastorie
sulle pubbliche piazze di fiera e sui sagrati di città interessate dalle rotte dei
pellegrinaggi
, e che solo in un secondo momento venivano trascritti su codici, era finalizzata a fornire alla società del tempo, tutta rigidamente inquadrata nel regime
http://it.wikipedia.org/wiki/Feudale|feudale]
, saldi valori di riferimento, quali l’eroismo, la fede cattolica e la cortesia.
2. I romans cortesi: i temi dell’avventura e della ricerca
Alla produzione di impegnativi poemi epico-cavallereschi a sfondo nazionalistico, sempre nel Nord Ovest della Francia si affiancò ben presto (prima metà del XII sec.) anche una produzione di romans (“romanzi”) – di immensa ed immediata fortuna nel panorama della cultura tardo-medievale –, narrazioni poetiche di minor respiro, che seguivano l’aventure (“avventura”, in antico francese) di un cavaliere singolo, o, tutt’al più, di una ristretta cerchia di cavalieri in cerca quasi sempre di un oggetto magico o sacro, come il
Santo Graal
, oppure di una dama scomparsa, rapita, o in pericolo, da salvare e riportare alla propria corte. Il termine antico-francese per indicare questa strenua ricerca è queste, che in italiano suona «inchiesta». È l’inizio di tutto quell’immaginario europeo dal sapore romantico, nordico, intriso di leggende, magie, eventi meravigliosi e amori appassionati che ancora oggi anima la fantasia dei lettori e degli spettatori con i prodotti del genere cosiddetto
fantasy
.
I
romans, chiamati anche
“romanzi cortesi”
, attingevano a cicli narrativi dei più vari: classici, come quello basato sulle vicende di
Alessandro Magno
, o su quelle della
guerra di Tebe
o di
Troia
; ma, soprattutto, leggendari, come quello
bretone
, basato sulle peripezie di
Artù
e dei cavalieri della mitica
Tavola Rotonda
, dove spiccano figure straordinarie, al centro di celebri tragedie amorose, quali
Lancillotto e Ginevra
, e
Tristano e Isotta
. L’amore acquista con queste storie del ciclo bretone un carattere distruttivo e ribelle nei confronti delle gerarchie e delle convenienze sociali, fino a fondare un vero e proprio binomio Amore-Morte
?, estraneo alla tradizione cristiana medievale, che, come vedremo, sarà ripreso e approfondito, in Italia, da un poeta come Guido Cavalcanti.
Gli ambienti a cui si rivolgono questi romans sono ancora le ricche e mondane corti francesi, dove il lusso, la dolce vita e l’erotismo si intrecciano in modo indissolubile.
Maestro indiscusso di
romans fu un poeta cortigiano di
Marie de Champagne
,
Chrétien de Troyes
, vissuto nella seconda metà del XII sec.: fra i suoi capolavori, tutti redatti in un periodo che va dal 1165 al 1185, figurano
Erec et Enide
,
Lancelot
e – sulla ricerca del Graal –
Perceval
.
3. La nascita della lirica moderna: i trobadours provenzali
Ben diversa è la produzione in
linguadoca
, che si innesta su di una humus politica e culturale con peculiarità tutte proprie rispetto a quella nord-francese: con la Provenza e l’Aquitania (o Francia meridionale) ci troviamo infatti in un mondo di piccole corti indipendenti, assai lontane dai grandi feudi del Regno di Francia; in questo arcipelago di corti, tra la seconda metà dell’XI e il principio del XIII sec., si sviluppa una poesia prevalentemente lirica di vario argomento (amoroso, comico, politico, guerresco) praticata da poeti che possono avere diverse estrazioni sociali, ma che coincidono, di solito, con membri della nobiltà, i quali compongono testi per musica (simili alle odierne ‘canzoni d’autore’) destinati al pubblico di corte, da affidare al canto con accompagnamento di giullari professionisti: tali poeti prendono il nome di
trobadours
, dal verbo provenzale trobar (analogo al greco poiéin), che significa “comporre con parole”. Solo per un rapido regesto, possiamo citare, almeno, il primo trovatore in ordine cronologico, ossia il duca
Guglielmo IX d’Aquitania
(1071-1127), ma anche
Bernart de Ventadorn
(fautore di un
trobar leu, “poetare semplice”),
Arnaut Daniel
(fautore invece di un
trobar clus, “difficile, ermetico”),
Bertran de Born
(cantore di argomento militare).
La produzione lirica in langue d’oc mette in campo una serie vastissima di forme metriche nuove, in gran parte estranee alla poesia latina classica e medievale: molte di queste – seppur con alcuni aggiustamenti ed evoluzioni –, passate in Italia tramite i siciliani, sono sopravvissute fino nella nostra tradizione fino a tutto l’Ottocento e oltre: la
canso (
http://it.wikipedia.org/wiki/Canzone_(metrica)\“canzone”
), fatta di
coblas (cioè “strofe perfettamente regolari” quanto a disposizione dei versi e schema rimico, che in metrica italiana prendono il nome di «stanze»), la
sestina
e la
ballata
, solo per citare le più eminenti.
Sia i testi in langue d’oïl sia quelli in langue d’oc, poi, erano ugualmente legati a partiture musicali, in larga misura andate perdute.
4. L’amor cortese: una dialettica servo-padrone
I
romans e le liriche trobadoriche, però, a differenza delle
chansons de geste, proponevano al pubblico dell’epoca i valori feudali servendosi soprattutto del tema amoroso come medium; il rapporto amoroso, in altre parole, veniva descritto da romanzieri e trovatori alla stregua del
rapporto vassallatico
: la donna amata, che veniva detta, di preferenza, domna (dal lat. domina, “signora e padrona”), rappresentava, nel rapporto erotico, il dominus, il
Signore feudatario
(è curioso notare l’ambiguità semantica implicita nel vocabolo provenzale
Midons, “Madonna”, di genere maschile, equivalente non già a
mea domina ma a
meus dominus), mentre l’amante rappresentava il
vassus, il “servo”, che compiva, nei confronti della sua domna, un atto di hommage, di totale “dono di sé”, simile appunto a quello che compiva il vassallo di fronte al suo Signore nella cerimonia ufficiale di investitura.
Per i provenzali, la
fin’amors, l’“amore perfetto”, al suo grado più alto, quello che, a fine ’800, il
filologo romanzo
Gaston Paris
ha ribattezzato
amor cortese
, consisteva proprio in questa identificazione del rapporto amoroso con quello vassallatico: quanto più il vincolo d’amore somigliava ad una sottomissione al dominus femminile, tanto più era da considerarsi saldo e profondo. La fin’amors deve altresì essere completamente sciolta da qualsivoglia obbligo giuridico o religioso, e deve, perciò, essere del tutto extra-coniugale: deve perciò aver cura di non rendersi palese per via dei lauzengiers, i “maldicenti”, che potrebbero guastarlo, e, pertanto, deve avvalersi di un codice segreto che cripti l’identità della donna amata mediante l’uso di
senhals
, nomi fittizî che valgono come “segni di riconoscimento” privati, interni alla liaison adulterina, una liaison tutt’altro che virtuale ed astratta, bensì sempre anche carnale e passionale.
Il principale teorico di questo tipo di amore-vassallaggio fu
Andrea Cappellano
, figura di cui poco si conosce, anch’egli – come Chrétien de Troyes – vivente, in qualità di “cappellano”, o forse di “ciambellano”, alla corte di Marie de Champagne, nella seconda metà del XII sec., e autore del famoso trattato De amore, che fissa i caratteri essenziali dell’amor cortese.
5. La ‘diaspora’ dei poeti provenzali
La penetrazione sul nostro suolo della poesia trobadorica fu consentita dall’immigrazione massiccia di trovatori sfuggiti alle sanguinose guerre di religione scatenatesi in Provenza all’inizio del XIII sec.: la Provenza, infatti, era la roccaforte dei
catari
(dal gr.
katharói, “puri”, detti anche «Albigesi» dalla città che fu loro maggior sede,
Albi
), una setta eretica che, fra gli altri suoi obiettivi, aveva quello di fondare una gerarchia ecclesiastica indipendente da Roma; proprio a causa di queste sue tendenze separatiste, il catarismo provenzale, che, ovviamente, coinvolgeva tutti gli strati della società, fino alle vette del potere signorile, fu perseguitato ufficialmente da
papa Innocenzo III
, col supporto dei baroni del Nord della Francia, in una vera e propria crociata effettuata in terra europea, la terribile Crociata contro gli Albigesi (1209), la quale determinò la fuga in massa di molti trovatori provenzali nella vicina Italia settentrionale: i trovatori fuggiti portarono con sé il loro bagaglio poetico, e lo travasarono qui da noi. Un ruolo importante ebbe, in quest’opera di travaso, il trovatore
Raimbaut de Vaqueiras
, leggi anche attivo tra Liguria e Lunigiana a cavallo tra XII e XIII sec., che ci ha lasciato un primo esempio di italiano letterario prima di san Francesco, impiegato, nello specifico, in funzione comico-parodica nel contrasto Domna, tant vos ai preiada
? (1190?), un componimento poetico in cui dialogano, a turno, con accenti di bisticcio, il poeta stesso, che usa il provenzale, ed una popolana genovese, che usa invece il proprio idioma: il poeta vuole indurre la popolana a piegarsi alle sue profferte amorose; lei gli si nega ripetutamente, per poi cedere soltanto nel finale.
A dimostrazione di quanto il modello occitanico fosse cogente per la nostra letteratura originaria, occorre segnalare che vi furono anche casi di autentici trovatori italiani, cioè di poeti di nazionalità italiana che scelsero deliberatamente di scrivere in provenzale. Ad esempio,
Sordello da Goito
(ca. 1200-1269), molto stimato da Dante.