Belli, i suoi contemporanei e i suoi modelli
17. Trasformazioni
Nel 1813, insieme agli amici Francesco Spada, Domenico Biagini e Giacomo Ferretti, Belli fonda l’Accademia Tiberina, nata da una scissione interna alla Accademia degli Elleni, filofrancese, e finalizzata a promuovere gli studi storici su Roma. Durante gli incontri organizzati settimanalmente dall’Accademia, lo spirito e le maniere eleganti del giovane Belli conquistano l’interesse della vedova del conte Pichi, Maria Conti, donna – scriverà Spada – «di pronto ingegno» e «franchissima parlatrice» [Vigolo 1997, XCIC]. Nel settembre del 1816 i due si sposano: grazie alle conoscenze della moglie, di diversi anni più anziana di lui, Belli ottiene nel giro di pochi giorni un incarico ben retribuito presso l’Ufficio del Bollo e del Registro, e per la sua tormentata personalità si apre finalmente un periodo di quiete sia psicologica che finanziaria.Se infatti negli anni successivi potranno essere altre donne a far agitare la musa poetica di Belli – come ad esempio la marchesa Vincenza Roberti, la «Cencia», cui Belli indirizzerà un canzoniere di stampo petrarchesco, oltre a un nutrito carteggio – è soprattutto grazie alla stabilità offerta dal matrimonio con ‘Mariuccia’ che il poeta riesce a osare sul piano della sperimentazione letteraria, dando vita al «monumento» per il quale, almeno per quanto riguarda la letteratura in dialetto romanesco, non è dato trovare precedenti. La coincidenza delle date lascia pochi dubbi: nei ventuno anni di matrimonio con Maria Conti si concentra anche la grande maggioranza dei sonetti romaneschi, che Belli scrive forsennatamente, con picchi di dodici al giorno.
Alla raggiunta prosperità economica Belli deve inoltre la possibilità, non meno fruttuosa per il suo talento artistico, di compiere viaggi in numerose parti d’Italia. Negli anni che vanno dal 1817 al 1827, Belli è a Ravenna, Venezia, Napoli, Firenze, e più volte a Milano: gli incontri con artisti e intellettuali provenienti da ambienti culturali più aperti rispetto a quello romano – a Firenze frequenta Pietro Giordani e il Gabinetto Viesseux, a Milano l’amico architetto Giacomo Moraglia lo introduce alle opere in dialetto del Porta – ampliano gli orizzonti del poeta e allo stesso tempo radicalizzano la sua critica all’oscurantismo dello Stato Pontificio. Tuttavia, rileva Vigolo, ciò che più di tutto modificò il suo atteggiamento letterario fu probabilmente il fatto di aprire per la prima volta gli occhi su Roma: «L’allontanarsi dalla sua città e il tornarvi fece sì che potesse finalmente vederla» [Vigolo 1997, XIV]. La prima opera di Belli data alle stampe, La pestilenza stata in Firenze l’anno di nostra salute MCCCXLVIII, descriveva il caos della città avvalendosi del modello boccaccesco: in uno degli ultimi sonetti romaneschi, Roma diventerà addirittura La Tor dde Bbabbelle.
18. Belli, i suoi contemporanei e i suoi modelli
Roma riafferma così il suo ruolo di protagonista incontrastata dell’opera belliana, la città immortale che è anche «la stalla e la chiavica der monno», la cui arretratezza veniva stigmatizzata negli stessi anni anche da Leopardi, Carducci e Giordani. Pur avendo sviluppato le linee portanti della sua poetica nel clima oppressivo dello Stato Pontificio, Belli può insomma rilevare come le sue posizioni più progressiste siano tutt’altro che l’atto di insubordinazione di un esasperato suddito del Papa. Esse convergono, semmai, con le opinioni dei più ‘illuminati’ intellettuali del suo tempo.L’eclettismo della formazione di Belli, e la vastità delle sue letture di questi anni, restano documentate nell’imponente Zibaldone [Orioli 1960 e 1962], undici volumi di minuziose annotazioni che il poeta inizia a raccogliere a partire dal 1823. Diversamente da quello leopardiano, lo zibaldone di Belli lascia però poco spazio a considerazioni e pensieri privati: l’autore vi riporta piuttosto articoli di riviste o passi di romanzi, aneddoti storici e antropologici, indicazioni bibliografiche, lettere, indici: raccolti con lo scrupolo dello scienziato che già progetta di rovesciare l’occhio del microscopio sulla realtà a lui più vicina. Gli autori che vi compaiono sono i più disparati: da Boccaccio a Montesquieu, da Hoffmann a Filangieri, da Walter Scott al Sacchetti e agli articolisti della «Revue Encyclopédique» o dell’«Antologia» del Viesseux. Di queste letture resta traccia negli appunti di Belli, miniera d’ispirazione per la stesura dei sonetti e, allo stesso tempo, sorta di ‘florilegio’ pensato per il figlio Ciro, alla cui educazione Belli attese sempre con affettuosa premura.
Accanto ai modelli che accompagnano l’attività letteraria di Belli dalle origini fino agli ultimi anni – Boccaccio su tutti –, dalle pagine dello Zibaldone emerge anche il ruolo rivestito da un testo di tutt’altro genere, centrale per tutti gli intellettuali della sua epoca: La scienza nuova di Giambattista Vico. La visione della storia come una linea che continuamente si inceppa e si interrompe, la consapevolezza che il progresso raggiunto non metta mai a riparo da una possibile nuova caduta in una condizione di barbarie, costituiscono il sostrato filosofico in cui si innesta il personale scetticismo di Belli, nato certamente da esperienze private ma corroborato anche dalla familiarità con un filone di pensiero non esclusivamente di matrice illuminista. Come rileva Edoardo Ripari,
- questo sostrato storiografico e filosofico ebbe una funzione ermeneutica centrale nella cultura del primo Ottocento, e la sua presenza nelle carte belliane conferma lo spessore italiano ed europeo dei sonetti romaneschi, e la maturità intellettuale di un poeta che sin dall’educazione giovanile ha cercato di oltrepassare i ristretti confini della Roma pontificia. Non possiamo negare, d’altra parte, che nel 996 confluirono anche gli aspetti più anacronistici di tale background, rivissuto attraverso un paradigma storico e religioso di tipo controriformistico, rischiarato solo parzialmente dalle istanze di un’Aufklärung radicale [Ripari 2008, 53].
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- Storia della letteratura italiana
- La scena del Mediterraneo
- Italiani, Francesi, Provenzali
- Firenze, Bologna, Parigi: Dante e i saperi del suo tempo
- Petrarca da Avignone a Praga
- Narrare storie dal Mediterraneo all’Inghilterra: circolazione e ricezione di Boccaccio
- Valla, Poliziano, Beroaldo, Erasmo: l’Umanesimo tra Università, accademie e scuole
- Machiavelli e la nuova politica europea
- L’epos ariostesco, il cortigiano, l’hidalgo e la fantasia europea
- Tasso e la soggettività moderna da Montaigne a Milton
- L’Adone, Parigi e una nuova poesia dell’educazione sentimentale
- Shakespeare e il rinascimento italiano
- Il teatro e la novella nel Cinquecento
- Metastasio, il melodramma e la Vienna asburgica
- Milano, Parigi, Londra, Napoli: l’età dei Lumi
- Alfieri: un viaggiatore europeo tra tragico e romanzesco
- Ugo Foscolo e la logica del Neoclassicismo
- Il mondo romantico del dramma e del romanzo
- Le illusioni della natura e dei sogni: Leopardi poeta e filosofo europeo
- L’antilirica della nuova metropoli. Dialetto e cultura europea in Carlo Porta e Giuseppe Gioachino Belli
- Appunti sul melodramma italiano dell'Ottocento e sulla sua fortuna europea
- Ippolito Nievo: le Confessioni di un franc chasseur della letteratura
- Sogni d’altrove. Emilio Salgari e il lettore europeo fin-de-siècle
- Una Sicilia europea: da Verga a Pirandello
- Pascoli e l’Europa simbolista
- Le avanguardie storiche: una nuova poesia, una nuova prosa
- La letteratura italiana del Novecento: un itinerario europeo
- Letteratura e cinema nel Novecento
- Letteratura e mercato letterario: l'Europa e l’Italia tra la guerra e la pace
- Il fumetto in Italia, una narrazione tra pop culture e letteratura
- Barbari benefici o Apocalisse?
