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Ariosto Uomo di Corte

9 – Ariosto uomo di corte

Detto più semplicemente: Ariosto diventa uomo di corte per via della sua storia famigliare e perché era il mezzo più semplice per guadagnare denaro; ma le speranze di essere stipendiato solo in qualità di poeta, come accadeva abitualmente per i letterati che non disdegnavano di cantare le imprese dei loro padroni, vennero subito deluse dai fatti. Gli anni di servizio al seguito del cardinale Ippolito non dovettero essere molto gratificanti: mentre Ariosto conquistava qualche fama non effimera nel mondo delle lettere, il cardinale non dava minimamente segno di accorgersene, utilizzando Ludovico solo per le sue missioni politiche e diplomatiche e dimenticando persino, talvolta, di pagargli lo stipendio. Ci è conservata una lettera ariostesca (il suo epistolario raccoglie una buona quantità di aneddoti, e in genere tutti gli epistolari sono prodighi di notizie: quando potete leggeteli) in cui il poeta chiede al segretario privato di Ippolito che gli vengano corrisposti gli arretrati del salario: poveretto, dice di aver dovuto pagare tutti i propri debiti e di essere così «rimaso senza un soldo» (link 5); se nell'estate imminente sarà costretto a vestire come l'inverno appena passato, con una misera veste di cuoio, tutti gli altri cortigiani rideranno di lui!
Questo per dire che, tolta l'aureola ai nostri poeti più famosi, restano degli uomini alle prese con i bisogni quotidiani, spesso piuttosto impellenti.
Essere cortigiani, dunque, vivere pienamente e senza equivoci la dimensione della corte, significava mantenere sempre un certo decoro, vestire elegantemente, parlare e comportarsi nel modo più raffinato possibile. Ciò che Ariosto non ricusava di fare, ma che aveva qualche difficoltà, come si è visto, a mettere costantemente in pratica.

10 – Una piccola digressione: la congiura di don Giulio d’Este

Ariosto entra a far parte dei familiari di Ippolito d'Este(external link) nel 1503. Il cardinale, a dispetto della condizione ecclesiastica, era personaggio piuttosto inquieto. Dedito a qualunque tipo di piacere terreno, pare che da giovane scorazzasse per Ferrara in compagnia di amici, armati fino ai denti al solo scopo di spaventare i passanti e fare un po' di cagnara: quando qualcosa lo irritava, non esitava a compiere azioni anche crudeli, come quella che diede inizio a una delle vicende più tragiche del ducato di Ferrara, la cosiddetta congiura di Giulio d'Este (link 6). Eccola in sintesi. Alfonso e Ippolito avevano due fratellastri: Ferrante e Giulio, nati da una relazione illegittima di Ercole I. I rapporti tra loro non erano buoni, forse avvelenati da invidie e rancori latenti. Tutto precipitò quando Angela Borgia, lontana parente di Lucrezia(external link) e sua dama di compagnia, rifiutò Ippolito per i begli occhi (così si disse allora) di Giulio. Ippolito, furibondo, sorprese Giulio in una strada di Ferrara e lo fece accecare da alcuni staffieri: benché la storia dovesse restare segreta, fu lo stesso Alfonso ad ammettere le colpe del fratello in una epistola a Isabella, futura sposa di Francesco Gonzaga. Il fatto diede occasione a Giulio, a Ferrante e ad altri di ordire una congiura contro Alfonso, reo di troppa arrendevolezza nei confronti di Ippolito. Ma si trattò di una congiura organizzata male: subito scoperti, ai congiurati minori venne mozzata la testa, mentre Giulio e Ferrante vennero rinchiusi in cella, dove sopravvissero molti anni, ben oltre i due fratelli signori: Giulio addirittura cinquantatre anni.
La tragica vicenda fu cantata da Ariosto in un’egloga tutta sbilanciata dalla parte di Ippolito: il poeta era già stipendiato dal cardinale e non poteva permettersi di contrariare l'illustre patrono, anche se genuina è la preoccupazione per una possibile discordia civile che la congiura, qualora riuscita, avrebbe potuto produrre: «Veduto avresti romper tregue e paci/ sorger d'ogni scintilla mille faci» (link 7).


11 – Al servizio del cardinale

Ma, come detto, Ariosto avrà modo lo stesso di lamentarsi di Ippolito. Il cardinale amava circondarsi di cortigiani chini al suo volere: oltre cento persone ne garantivano lo svago e il disbrigo delle faccende diplomatiche; c'era anche chi, come un certo Guglielmo dei Pardi, era addetto al mantenimento dei leopardi in gabbia. Se Ludovico sperava di dedicarsi solo alle lettere, si era sbagliato di grosso. Stare a tavola con il cardinale, versargli da bere, vestirlo, cercare per lui volumi rari e ogni tanto dilettarlo con qualche rima: questi, e altri, i compiti quotidiani di Ludovico, cui spettava anche quello, ben più gravoso per lui, di essere inviato in missioni diplomatiche presso questo o quel potentato.
E' in una di tali missioni, presso Isabella d'Este a Mantova per la nascita di Ferrante Gonzaga, che Ariosto legge i primi versi del Furioso, nel 1507. Ed è sempre in una di tali missioni, a Urbino presso i Montefeltro(external link), che entra in contatto con quella schiera eletta di nobili che Baldassar Castiglione(external link) celebrerà nel suo Cortegiano. Vivere a corte significa dunque goderne gli squisiti privilegi: conversazioni dotte, svaghi mondani, cibi prelibati. Ma significa pure entrare in un'agguerrita competizione per assicurarsi le attenzioni del signore, per scalzare dalla sua orbita gli altri cortigiani, per lucrare compensi migliori, in una scalata sociale che era tipica dei nobilucci del tempo.
Ariosto faceva parte di questo sistema, ma il disincanto con cui era solito guardare le faccende del mondo lo portò a interrogarsi seriamente sulle storture dell'ambiente cortigiano: e così, quando nel canto XXXIV del Furioso, manda Astolfo sulla luna a recuperarvi il senno di Orlando, gli farà trovare, tra le varie cose che si perdono e che si raccolgono lassù, anche «ami d'oro e d'argento» (link 8), ovvero i doni che si fanno ai signori con speranza di ricompensa, e «mantici» a rappresentare i favori che gli stessi principi accordano ai loro sottoposti, svaniti presto sotto il peso dell'età.

12 – Giulio II

Che, nonostante tutto, Ariosto non si sottraesse agli obblighi derivati dalla sua condizione, ce lo dicono alcuni episodi della sua vita, tutti legati all'attività diplomatica che era costretto a svolgere e a cui avrebbe volentieri rinunciato: in particolare le missioni a Roma, presso il pontefice Giulio II(external link), il quale era sì papa, ma era pure un tipo piuttosto irritabile, nonché coinvolto in tutte le faccende poltiche e militari di un certo rilievo del proprio tempo: un vero sovrano, l'incarnazione più manifesta del potere temporale della Chiesa.
Fece e disfece alleanze con tutti: la più famosa fu la Lega di Cambrai(external link), con la Francia, la Spagna e Ferrara appunto, per estromettere Venezia dai territori della Chiesa occupati dopo la morte del papa precedente, Alessandro VI(external link).
Siccome però, dopo la sottomissione di Venezia, Francia e Spagna non si accontentarono solo di belle parole di ringraziamento da parte di Giulio II, questi pensò bene di allearsi con i veneziani contro quelli che fino alla sera prima erano i suoi amici. E' una storia tagliata con l'accetta, ma corrisponde più o meno a verità.

13 – I disagi della vita cortigiana

Gli Estensi pagano lo scotto di una secolare inimicizia con Venezia: finché Ferrara e papato si trovano sulla stessa sponda tutto va per il verso giusto; quando però Giulio II muta le proprie alleanze, le cose cominciano a cambiare. Le varie spedizioni a Roma di Ludovico dovrebbero servire a mitigare l’ostilità papale, ma non sortiscono alcun effetto. Addirittura, durante l’ultima missione, Ludovico è costretto a fuggire precipitosamente per non essere buttato a mare dalle guardie papali! Altre ansie gli procurerà la fuga precipitosa di Alfonso da Roma nel 1512: il duca vi si era recato per mettere fine ai dissapori con Giulio II, chiedendone solennemente il perdono. Il perdono viene concesso, ma subito dopo il papa pone delle condizioni pesantissime (che era di umore piuttosto bizzarro l’abbiamo già detto...)
Alfonso non le accetta ed è costretto a fuggire travestito da frate per sottrarsi a sicari veneziani e papali: presso Firenze lo raggiunge una delegazione mandata da Ippolito di cui fa parte anche Ludovico, il quale in una missiva del giorno successivo annota: «Da parte mia non è quieta ancor la paura, trovandomi ancora in caccia, ormato da’ levrieri, da’ quali Domine ne scampi. Ho passato la notte in una casetta da soccorso, vicin di Firenze, col nobile mascherato, l’orecchio all’erta e il cuore in soprassalto». Povero Ludovico! Lui ha sempre voluto essere uomo di lettere e la fedeltà ai suoi signori lo costringe ad essere uomo d’armi!



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