Alessandro Manzoni (1785-1873)

«Capel bruno, alta fronte, occhio loquace, duro di modi ma di cor gentile, poco noto ad altrui, poco a me stesso».
«Un uomo che dall’assenza di singolarità è reso singolare e mirabile. Un piglio semplice, un tuono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessione tutto ciò che a lui s’avvicina».
Il primo è un Autoritratto in versi, che Manzoni scrive a sedici anni; l’altra è una descrizione che il novellista Tommaso Grossi dà in una lettera del suo celebre amico.
La vita e il carattere di Manzoni hanno attratto un’immensa mole di studi, nel tentativo di capire l’uomo dietro l’artista.
Il mistero sull’identità di suo padre, forse non il mite Pietro Manzoni ma addirittura il figlio di Pietro Verri. L’esuberanza nobile ed egoista della madre Giulia Beccaria, e il rapporto tanto tardivo quanto intenso con Alessandro. L’entusiasmo rivoluzionario della gioventù, che gli fa accantonare l’educazione cattolica. La vocazione letteraria precoce, che lo rende adulato già adolescente dai suoi miti Foscolo e Monti (altri sono Parini e Alfieri): l’ode Qual su le cinzie cime (1802), l’idillio Adda (1803), i quattro Sermoni orazioni, il carme In morte di Carlo Imbonati (1806), in memoria del suo patrigno.
E poi il matrimonio con Enrichetta Blondel, origine di tanta felicità quanto di tanti lutti – per la morte di lei e della maggior parte tra i nove figli. La conversione cattolica, sul cui momento fatidico c’è un’aneddotica alimentata dal suo riserbo. Gli anni francesi, dove conosce Sophie Condorcet e gli ideologi, Fauriel e i romantici, la cultura pessimista e rigorosa dei giansenisti e quella razionalista di Voltaire; anni nei quali è in cerca di sé come artista, scrivendo l’Urania (1807) su parziale calco di Monti e poi dicendone: «non è così che bisogna far versi; forse ne scriverò di peggiori, ma non ne farò mai più come quelli» (rigore autocritico mai smentito). Gli anni milanesi, dove ha raccolto a sé l’amicizia e l’ammirazione dei migliori scrittori romantici, Berchet e Grossi, Visconti e D’Azeglio?, Porta, Capponi e Giusti. Dove ha accompagnato senza esporvisi l’esperienza del “Conciliatore”, mentre componeva gli Inni sacri (1812-15), le odi civili tra cui il Cinque maggio (1821), il Conte di Carmagnola (1816-19) e l’Adelchi (1820-22), e ragionava specie sulle tragedie nelle missive, nelle appendici storiche e nelle prefazioni. Dove ha scoperto le sue opprimenti nevrosi, che lo hanno portato a un rigore di vita maniacale in aggiunta a quello morale.
Quindi il Manzoni romanziere, che erompe (inizia di getto il Fermo e Lucia) senza dimenticare un coté riflessivo – sopra la storia, la società, la letteratura, la fede – nel corso della sua grande stagione creativa (tra la fine degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti). La prima versione (1821-23), poi il ripensamento narrativo e linguistico dei Promessi sposi (1827) e l’estenuante editing di se stesso fino alla terza versione (1840-42). È anche il Manzoni che dice la sua sulle questioni politiche che si addensano nel Risorgimento: la forma di governo, la filosofia della storia, il potere e il popolo, il ruolo della chiesa cattolica (Osservazioni sulla morale cattolica, 1819); idee per le quali entra in polemica con Borsieri, Niccolini e non solo.
Ma in questi tre lustri esce il Manzoni linguista, revisore, teorico più che artista, segnato dalla sofferenza e dai lutti, sostenuto dalla seconda moglie Teresa Borri, sempre più rigoroso. Quello che coopera a fare del suo romanzo un monumento, con lo studio e i successivi interventi sulla lingua (Dell’unità della lingua), la supervisione dell’apparato illustrato della “Quarantana” (di Francesco Gonin), l’approfondimento etico (Del piacere, 1851) guidato dal filosofo Rosmini – come in gioventù lo guidava monsignor Tosi. Quello che ripudia se stesso come scrittore che ha tradito la missione del “vero storico” (Del romanzo storico e Dell’invenzione, 1850), mentre altri – Tenca, De Sanctis e mezza Europa – lo esaltano. Il Manzoni senatore del Regno d’Italia (1860).
Nel 1873 Milano celebra i funerali di un’istituzione nazionale, e il solo tra i romantici “di primo pelo” ad aver visto l’Italia unita. L’anno dopo Giuseppe Verdi dirige alla Scala il Requiem in suo onore.

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