3.1 La rinascita carolingia
L’avvento al potere tra fine VIII e inizi del IX secolo di
Carlo Magno
produsse effetti significativi sul piano culturale: l’idea imperiale che il grande sovrano realizzò era sicuramente ispirata dal desiderio di far rivivere anche in Occidente, e in cooperazione competitiva e proficua col Papato, il grande, antico modello romano. Di qui deriva l’impulso da lui dato agli studi classici e alla promozione culturale in genere: di nuovo una corte, dei signori, dei “laici” ridiventavano protagonisti in campo letterario, filosofico, artistico mantenendo una piena autonomia rispetto ai centri religiosi. Presso Aquisgrana, la capitale cara a
Carlo Magno
, sorse un vero e proprio gruppo culturale guidato dal grande monaco
Alcuino (735-804)
, che richiamò le maggiori intelligenze del tempo. Fra queste ricordiamo
Paolo Diacono (morto nel 799)
, autore di opuscoli religiosi, carmi poetici, ma soprattutto grande storico dell’epoca longobarda. Con lui altri personaggi di rilievo si riunivano intorno ad
Alcuino
: lo scienziato irlandese
Dungal
, il poeta spagnolo
Teodulfo
, lo storico francese
Eginardo
.
Presso la corte di
Carlo Magno
si riprese – come si diceva – con energia lo studio dei testi antichi, riscoperti, riletti e ricopiati. Infatti, prima della moderna scoperta della stampa, nel Medioevo, come già nell’antichità, i testi venivano ricopiati a mano da particolari esperti in quest’arte (gli amanuensi o copisti): perciò era possibile riprodurne un numero limitato di copie, che comportavano costi elevati e una circolazione ristretta. Il “libro” era insomma un bene prezioso, presente, come abbiamo visto, solo nelle biblioteche delle chiese, dei conventi, di qualche ricco signore o mercante. Inoltre va aggiunto che il numero di persone in grado di leggere e scrivere era bassissimo, anche tra i ceti più elevati dei “laici”: di qui la scarsa produzione libraria nell’alto Medioevo. Nonostante questi ostacoli oggettivi
Carlo Magno
e la sua corte protessero e agevolarono l’attività di studio e trascrizione di antichi testi (anche innovando e rendendo più chiara la grafia dei copisti con la cosiddetta
scrittura “carolina”
appunto): sicché ancora oggi possiamo leggere molte opere di importanti autori latini proprio perché in quei secoli i monasteri da un lato e la corte carolingia dall’altro le strapparono all’incuria dei tempi.
3.2 L’importanza dell’oralità
Ma ciò al tempo stesso ci rende una, seppur pallida, idea di cosa sia stata l’“oralità” nel mondo medievale e per altri secoli ancora: ovvero la scrittura, lo studio silenzioso, le competenze sofisticate di lettura ermeneutica erano conquiste impervie ed isole sparse in un mare di tramandi mnemonici, di formule narrate e ripetute oralmente, di letture ad alta voce per sé o per vari uditorii, di inni sacri o composizioni profane cantate e ricordate solo grazie alla melodia musicale o al ritmo. Oralità medievale perciò non significa solo cultura popolare, giullaresca o
naif ma anzi veicolo talora quasi unico di trasmissione di saperi e testi di cultura religiosa e profana elevata in contesti socialmente alti eppure non sempre permeabili alle pratiche scrittorie e di alfabetizzazione dopo il crollo delle istituzioni scolastiche romane (dello stesso
Carlo Magno
, del resto, grande sovrano anche sul piano culturale, non conosciamo con esattezza di quali effettive competenze scrittorie fosse dotato ma sappiamo con certezza che fu certo forgiato in molti casi dagli insegnamenti orali dei sapienti alla sua Corte): anche di questa dimensione medievale, per noi cosi singolare, di saperi e culture fortemente intrecciati tra scrittura, esegesi anche raffinata dei testi e pervasiva, dominante oralità occorre sempre tener conto per comprendere dinamiche e movimenti complessi e talora per noi inesplicabili della letteratura medievale. Va perciò sempre ricordato che parlando di diffusione e ricezione dei saperi anche classici parliamo, prima dell’invenzione della stampa, di fenomeni che pertengono alla scrittura come all’oralità.
3.3 Le universitates
La diffusione in ambiti un po’ più vasti dell’antica cultura classica, il sorgere di corti ansiose di diventare centri di diffusione dei saperi, il rinascere a nuova vita di molte città e quindi di traffici, mercanzie, fiere, viaggi e scambi di idee, la stessa opera imperiale avviata da
Carlo Magno
favorirono, intorno all’anno Mille, un’intensa crescita di produzione letteraria, giuridica, filosofica. Principale segno di questo rinnovamento laico del sapere fu il rapido affermarsi delle università in alcune città europee (Bologna per prima, poi Parigi, Oxford e così via), fin dall’XI secolo. Erano i luoghi dove le
universitates
(comunità) di studenti, guidate da appositi maestri, potevano approfondire e perfezionare particolari branche del sapere, indispensabili alla vita civile del tempo: innanzitutto le leggi, fondate sullo studio del diritto romano che si andava riscoprendo dopo secoli di abbandono, conseguente soprattutto alle invasioni barbariche che avevano fatto prevalere prassi consuetudinarie proprie del costume germanico; le prime facoltà, infatti, furono quelle di giurisprudenza, atte a educare notai, politici, esperti di diritto, tutti laici pronti a fornire, nelle città, nei comuni, nelle corti, la loro preziosa opera di consulenza e servizio per la vita istituzionale e politica. Seguirono quasi contestualmente corsi di studio e facoltà di medicina, di filosofia, teologia,
humanae litterae.
3.4 A scuola dai Romani
La riscoperta appunto del
diritto romano e del corpus giustinianeo
, l’esigenza di adattarne le norme al nuovo contesto, la pratica di studio e di tecniche conseguenti furono tappe essenziali nel costituirsi dell’Europa moderna fin dalle sue radici medievali: è ovvio che da quell’antica riflessione attinga il plurisecolare dibattito sulle leggi, le istituzioni e il loro ruolo, i diritti di regnanti e sudditi ovvero il centro nevralgico stesso del consolidarsi nel tempo di stati e assetti sociali. Ma tale riflessione non va certo conclusa nell’ambito, pur decisivo, della storia del diritto: a Bologna con Irnerio e Accursio e poi via via nelle principali università si definiscono, chiosando i testi del diritto romano, un costume filologico ed ermeneutico, uno studio antichistico e storiografico che peseranno in modo assolutamente determinante per lo svolgersi della cultura umanistica. I capisaldi sono la centralità dell’
exemplum della Roma antica e l’intreccio fra la sua storia e la storia del consolidamento delle sue istituzioni. Tema che, come sappiamo, è ancora decisivo, ad esempio, per
Machiavelli. La riflessione dei maestri giuristi medievali comporta così varie conseguenze rilevantissime: il costituirsi di una nuova e laica prospettiva storiografica; l’affinamento di una tecnica esegetico-filologica dei testi, attraverso l’esercizio del commento e della glossa, che confluirà per intero nella pratica commentaria degli stessi testi letterari durante la stagione tardomedievale (a Bologna basti pensare a un
Giovanni del Virgilio
o a un
Benvenuto da Imola
) e umanistica (e con punte non casualmente eccezionali a Bologna, patria di quegli studi, con maestri come
Beroaldo
,
Codro
,
Giovan Battista Pio
ma anche a Firenze, ad esempio, con la magistrale applicazione sia sulle
Pandette sia sui testi letterari e filosofici greco-latini classici di un
Poliziano
); la riconosciuta necessità, così ben presente agli antichi romani, di accordare la pratica del giure ad un sofisticato percorso stilistico, retorico e letterario in grado di perfezionare la formazione complessiva del giurista come del nuovo ceto dirigente laico di Comuni e Signori (le celebri scuole di retorica dei cosiddetti dettatori, spesso ispirati a Cicerone, con ancora una volta un non casuale primato di Bologna con
Guido Faba
e a Firenze con
Brunetto Latini
).
3.5 Lo Studio bolognese
Non è chi non veda quale rilevanza tali capisaldi della cultura giuridica universitaria medievale, certo uniti a nuove istanze epistemiche, rivestiranno nel definirsi della stagione umanistica. Forse è proprio studiando questo percorso (da sempre sottostimato nella storia della critica letteraria ma per fortuna terreno di interesse da tempo di raffinati filologi, storici e storici del pensiero e del diritto come, ad esempio,
Paul Oskar Kristeller
, Giuseppe Billanovich, Domenico Maffei, Walter Ullmann, Ronald Witt o
Eugenio Garin
) che si può cogliere appieno il crogiuolo fondativo, complesso e articolato, della stagione che sta tra Medioevo e Umanesimo, tra
Dante e Salutati, forse decisiva per il costituirsi di intere filiere di pensiero rinascimentale. Fra l’altro, per stare alla lezione di Dionisotti, porre in rilievo primario questi nessi vuol dire mettere in discussione, come si diceva in esordio e come già si accennava a proposito di Ravenna, non solo pigre e ormai inadeguate cronologie ma anche schematiche e obsolete “geografie”: è indubbio infatti che, nella storia letteraria e culturale tra Medioevo e modernità, occorra ridare, ad esempio, a Bologna quell’assoluta centralità che emerge ad ogni passo dei nostri studi e che la rende paragonabile a quella che sarà Firenze per il Rinascimento. Dal Medioevo in avanti da
Bologna
infatti passano i maggiori letterati, giuristi, artisti di tutta Europa e la sua identità di ineludibile “crocevia” resta un segno peculiare per secoli della città e cifra di un’intera stagione culturale italiana ed europea (come da tanto ci ricorda
Ezio Raimondi
). Bolognesi che vanno in Europa: giuristi, storici, umanisti letterati, artisti, specie pittori e soprattutto architetti-urbanisti, e basti ricordare
Vignola
,
Serlio
,
Francesco Primaticcio
,
Aristotele Fioravanti
,
Alessandro Pasqualini
, o scienziati come
Domenico Maria Novara
(fra i maestri di
Copernico
),
Aldrovandi
, i molti adepti di
Galileo
e fino ai
Marsili
e
Galvani
, e che talora si spingono anche molto oltre i confini canonici (fino in Russia, dal Rinascimento alla grande stagione settecentesca di artisti italiani a S.Pietroburgo, ad esempio); ed europei di ogni paese (il grande
Dürer
è emblematico per la cifra peculiare del suo soggiorno) che si fermano a Bologna (fino ancora al pieno Ottocento e perciò come non pensare a
Stendhal
inguaribile “bolognese”). Non sarà casuale allora, tornando al Medioevo e all’Umanesimo, l’apprendistato giuridico e scientifico a Bologna di
Dante,
Petrarca,
Salutati
,
Alberti
,
Galeotto Marzio
,
Copernico
e tanti altri così come non sarà casuale che, proprio tra le carte dei notai bolognesi, compaiano, fra le prime, citazioni della
Commedia o precoci testimonianze delle principali scuole liriche volgari italiane del Duecento.
3.6 Il caso di Guido Guinizzelli
Quell’intreccio tra conquiste epistemiche dei maestri di diritto e piena consapevolezza del ruolo delle
humanae litterae di cui si diceva è davvero clamoroso a Bologna, specie se pensiamo a quanto, molto più di quel che di solito essi hanno voluto accreditare, abbia pesato l’apprendistato giuridico bolognese negli autori sopra richiamati: anche il Petrarca “politico” e “romanista”, polemista ed entusiasta sostenitore di
Cola
con piena cognizione di causa della storia di Roma e delle sue istituzioni è debitore verso quella formazione. Né sarà casuale che esplicitamente, e forse forzando persino un po’ i termini reali della questione,
Dante voglia aggiudicare al bolognese, poeta e probabilmente politico e giurista,
Guinizzelli
il ruolo di riferimento primo per la nascita della rivoluzionaria avanguardia toscana dello Stilnovo. Proprio perché quell’avanguardia poetica si configurava al tempo stesso come avamposto di un profondo rinnovamento antropologico e religioso non meno che politico e culturale, dal ruolo della donna, mediatrice unica per l’accesso al divino, all’impianto filosofico e razionalistico della propria formazione alla radicale messa in discussione del primato feudale del “sangue” rispetto a quello del sapere e della cortesia amorosa: per dirla alla Duby, i
bellatores medievali, forse per la prima volta in modo così esplicito (e per un appuntamento di simile portata occorre attendere poi fino alle pagine dell’
Arte della guerra di
Machiavelli o al
Cortegiano del
Castiglione
con le sua regole di “grazia” e di
cursus letterario-umanistico), sono sotto scacco da parte di un manipolo di giovani intellettuali coraggiosi che pretendono di porre alle loro radici di poeti un nesso indissolubile tra ispirazione del cuore, vocazione ai saperi razionalistici di marca averroista e apprendistato politico e giuridico, ben sintetizzato nella tradizione culturale bolognese e in quello che a loro doveva apparire il suo esponente emblematico, il
Guinizzelli
appunto.
3.7 La teologia da Anselmo a Gioacchino da Fiore
Non più quindi solo i centri religiosi, monasteri e cattedrali, erano luogo di studio e di formazione: ma anche le università, le corti, le città costituivano i centri laici dello studio e della cultura superiori. La cultura filosofica e scientifica era ancora fortemente legata alla teologia e alle dispute interne alla Chiesa cristiana, ma incominciava il faticoso percorso verso una nuova concezione della ragione umana, intesa come fondamentale strumento di conoscenza del mondo e di ascesa verso Dio: si pensi ad
Anselmo d’Aosta
(1033-1109) e soprattutto ad
Abelardo
(1079-1142). Noto per il suo romantico e tragico amore per Eloisa, quest’ultimo è fra i fondatori di un metodo nuovo di sviluppo logico della ragione umana, dei suoi strumenti, dei fini etici che le sono propri. Così come più tardi lo sarà
Giovanni di Salisbury
(1110/1120-1180), uno dei maggiori pensatori del Medioevo. Prodromi di quella grande stagione, nel XIII secolo, di filosofi-teologi come
Alberto Magno
o
San Tommaso d’Aquino
, referenti essenziali nella formazione di
Dante e nel caso di Tommaso, e dei suoi adepti, geniali mediatori tra istanze del nuovo razionalismo di ascendenza araba-averroista che si stava imponendo come egemone nei principali centri di studio, da Parigi all’Italia, e istanze cristiane: certo preponderante abito mistico viene contestato da Tommaso ed esaltata invece la funzione conoscitiva della ragione e dei saperi anche per il rafforzamento della fede e della morale cristiane e dei suoi dogmi teologici. Molti, intorno al Mille, furono gli uomini di fede che si proposero il rinnovamento della Chiesa, cui rivolgevano l’accusa di essersi allontanata dalla purezza evangelica: fra questi ricordiamo
Pier Damiani
(1007-1072), grande tempra di polemista, fustigatore di costumi, teologo volto all’impegno militante ma anche profondo conoscitore delle scienze del tempo, precorritore di quei fermenti libertari ed evangelici che molto si propagheranno nel secolo successivo, specie ad opera dell’infiammata e polemica azione di
Gioacchino da Fiore
(1145-1202).
3.8 Sapere e monachesimo
L’apprendistato culturale e scolastico del giovane del tempo contemplava lo studio di sette materie (o arti:
artes, com’erano allora definite), ovviamente in latino: grammatica, retorica (oggi diremmo: stile e letteratura), dialettica (l’arte logica del ragionare, il primo rudimento della filosofia), aritmetica, geometria, astronomia, musica. Una volta completato, in scuole per lo più religiose o di maestri privati, questo ciclo di studi, i più ricchi e volenterosi passavano agli studi universitari di giurisprudenza, medicina, filosofia o alla scienza ecclesiastica, la teologia, che, essendo studio di “cose divine”, religiose, era considerata la scienza superiore per eccellenza. Dopo l’anno Mille è per lo più questo il percorso formativo che il giovane ha davanti a sé; come si vede siamo ben lontani dai tanti “specialismi” cui la scuola moderna ci ha abituato. L’importante appariva allora fornire al giovane, accanto alle nozioni essenziali dei principali rami del sapere, un “metodo” che poi gli giovasse in ogni settore in cui fosse destinato ad operare.
È evidente che in tali programmi il sapere religioso manteneva un ruolo essenziale, ma esso era sempre più affiancato da tutte quelle conoscenze atte a forgiare la ragione umana e ad ampliare la conoscenza del mondo; in particolare i rinati studi di filosofia (lo dicevamo poco prima) offrivano nuovi strumenti razionali mentre la ripresa degli studi giuridici apriva la strada a nuovi sviluppi della società. Il quadro che finora abbiamo delineato ha un valore generale, ma vi si distinguono tante realtà particolari differenziate. L’Italia ad esempio non aveva una fisionomia unitaria propria. Era divisa e lacerata come tanti altri paesi dopo la caduta dell’Impero romano, anzi più di altri paesi perché a causa del suo passato aveva dovuto subire devastazioni, invasioni e rapidi mutamenti di regimi. Nonostante ciò, proprio in Italia, mentre alcune città che avevano goduto di grande prestigio durante l’Impero romano (come
Aquileia
) andavano decadendo, altre (fra cui Ravenna, Pavia, Milano, Bologna) assurgevano nel Medioevo ad un ruolo importante, anche come centri culturali. Monasteri e centri religiosi di grande fama andavano diffondendosi lungo la Penisola, creando una vera e propria rete di “oasi” di studio, di raccoglimento, di iniziativa politica e culturale in mezzo a un Paese spesso travolto da incessanti lotte e da un generale arretramento delle condizioni economiche e sociali, almeno fino all’XI secolo: il secolo della “rinascita”, quando fioriscono le abbazie benedettine di
Montecassino
, Bobbio (Piacenza), Nonantola (Modena), Novalesa (Torino), Pomposa (Ferrara). Questo ricco intreccio di città, centri di studio, monasteri, scuole laiche e religiose preparò un terreno che, a partire dal XIII secolo e dall’epoca delle civiltà comunali, porterà proprio in Italia ricchissimi frutti.
3.9 Pedagogia e agiografia
Come abbiamo visto, in questi secoli la lingua d’uso letterario rimase il latino: un latino oggi detto appunto “medievale”, ricco ugualmente di originalità e vivacità, nonostante la sua diversità dal modello classico.
Anche nei generi letterari qualcosa mutò: generi che erano stati cari alla cultura latina e greca andarono quasi scomparendo (commedia e tragedia, poesia bucolica), altri si trasformarono (opere di storia, trattati, poesia epica), altri ancora nacquero del tutto nuovi, in virtù soprattutto dell’influenza cristiana (inni sacri e laudi, quasi sempre composti per essere cantati, prediche, vite di santi).
In prosa hanno un peso significativo le opere di cronaca storica o di biografie più o meno romanzate: vite di imperatori, di eroi anche antichi (appunto il caso di
Alessandro
), di papi, di santi oppure vicende di popoli e genti (la
Storia dei Longobardi di
Paolo Diacono
). Nelle cronache medievali avvenimenti importanti sono spesso mescolati ad eventi quotidiani secondo un vivace impasto ben poco influenzato dai modelli classici. L’intento è innanzitutto educativo, volto a mostrare sia la grandezza e la nobiltà dei vari signori, popoli, santi, sia il disegno che la provvidenza divina ha voluto tracciare nelle cose umane mediante le loro azioni ed imprese. La grande prosa latina medievale è soprattutto lo strumento di tanti trattati filosofici e religiosi che caratterizzano il dibattito di quei secoli e che ricordavamo nei paragrafi precedenti. In poesia comincia ad affermarsi una poesia epica, in origine in latino e poi via via nelle varie lingue locali, che narra le gesta, più o meno leggendarie, di eroi dei vari popoli. Vastissima poi, lungo tutto il Medioevo, la produzione di inni sacri o laudi: spesso testi poetici bellissimi di profonda ispirazione religiosa destinati ad essere cantati nelle cerimonie sacre sia quotidiane che solenni.
3.10 La poesia goliardica, tra profanismo e dissacrazione
In campo laico, con l’affermarsi delle università e l’accrescersi, nelle città e nelle corti, di folle di studenti, prende vigore una poesia di tipo profano, dissacrante, spesso irridente e sensuale, ispirata ai modelli dell’antichità pagana e destinata anch’essa spesso al canto: un canto fortemente ritmato e irruente diverso dalla dolce e maestosa melodia dei canti liturgici e sacri. Sono i
canti goliardici
; goliardi si proclamavano gli studenti in quanto seguaci di
Golia
, il biblico diavolo protettore dei dissoluti buontemponi, e anche in quanto fortemente presi dai piaceri della “gola”, del bere e del mangiare: la goliardia, come mentalità e forma stessa di vita di giovani e studenti nelle città universitarie, ha avuto una vita lunghissima, fino quasi ai nostri tempi; oltre ai temi giocosi e scherzosi si affermano anche temi amorosi, ora sensuali ora malinconici, che in certi casi sembrano quasi preludere alla grande poesia amorosa, provenzale e italiana, del XII e XIII secolo. Accanto agli studenti sono spesso protagonisti e attori di questo filone letterario i chierici vaganti, ovvero chierici che avevano abbandonato la vita religiosa, dotati di una certa cultura e vaganti di città in città e di corte in corte, nonché giullari, buffoni, giocolieri, comici di professione che popolavano le dimore dei più ricchi e potenti, pagati per allietarne le giornate (più avanti avrà un certo sviluppo anche una vera e propria poesia giullaresca). In questi ambienti di corte, nelle dimore dei ricchi o dei potenti, prende piede insomma una letteratura d’intrattenimento, un tipo di letteratura, cioè, volta per lo più ad intrattenere signori, ospiti, dame, ora con poesie cantate, ora con scherzose parodie, ora con lunghi racconti. La narrazione (lo dicevamo in precedenza) era particolarmente gradita: poteva riguardare sia gloriose vicende e leggende di eroi e guerrieri (la poesia epica) sia viaggi sia favole, brevi aneddoti, racconti di un fatto comico, singolare, esempi di comportamento, illustrazioni di proverbi (molti spunti nelle ricerche e negli studi di
Cesare Segre
). Queste sono di fatto fra le radici della novellistica, del racconto breve o novella, che avrà tanta importanza nella letteratura e nel gusto dei lettori delle epoche successive.