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1. Una premessa indispensabile: il Medioevo e la nostra cultura

1.1 Il “padre” Dante

La grande letteratura italiana ha inizio con Dante: come colsero già benissimo poeti, artisti, filosofi romantici italiani ed europei (specialmente inglesi), Dante si può dire che rappresenti una sorta di “ponte” tra età antica ed età moderna. Ma soprattutto la letteratura in volgare in Italia ebbe con lui il suo autentico inizio: indicare quindi in Dante, come fecero gli uomini del nostro Risorgimento, un vero e proprio “padre della patria” ha forse qualcosa di retorico ed eccessivo, ma non è poi così lontano dalla realtà delle cose.

1.2 La letteratura come identità culturale del nostro vissuto

La storia culturale del nostro paese, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue varie articolazioni geografiche e localistiche, è innanzitutto storia letteraria: la letteratura è il luogo in cui confluiscono le esperienze più importanti di molte discipline e di molti saperi, in una misura che non è paragonabile a quella di nessun altro paese. Pensatori di primo piano come Machiavelli, Galilei, Vico, Benedetto Croce(external link), Gramsci, ad esempio, non a caso sono anche classici della nostra letteratura: l’esperienza letteraria è, in un certo senso, il punto fondante dei vari saperi, il futuro di ogni apprendistato culturale e, non a caso, ha rivestito e riveste, da sempre, nella scuola un ruolo centrale. Studiamo “italiano” e “letteratura italiana” non solo perché ci corre l’obbligo di approfondire le radici della nostra lingua madre ma in particolare perché, attraverso questo studio, possiamo ripercorrere le tappe dell’intera identità culturale del nostro vissuto. Come si può ben comprendere, quindi, si tratta di uno studio tutt’altro che erudito o astratto: bensì di un modo per penetrare dentro le ragioni e i percorsi che hanno edificato il nostro stesso presente e la nostra identità. Il viaggio attraverso i classici è affascinante proprio per questo, fra l’altro: perché, anche dopo tanti secoli, essi ci parlano, e noi li consultiamo su questioni fondamentali che sono al centro della nostra stessa vita: l’amore, la morte, il senso profondo di ciò che facciamo, il desiderio di volare con la fantasia oltre il reale e il possibile, l’anelito a raggiungere vette altissime di speculazione senza rinnegare il nostro corpo e la nostra “fisicità”. Tutto ciò era già pienamente presente nel grande poema dantesco: in Dante la letteratura italiana inizia immediatamente con questa ambizione conoscitiva ed esplorativa a vastissimo raggio e Dante segna perciò in modo indelebile le caratteristiche della nostra tradizione letteraria e della sua centralità rispetto ad ogni altro sapere.

1.3 Ragionare sulla “lunga durata”

Si apre con Dante una stagione di lunga durata che possiamo condurre fino a Foscolo, altro spartiacque primario rispetto alla nostra letteratura e al suo specifico: con Foscolo, con la sua opera di frontiera e di confine, con l’avvio della stagione romantica ha inizio nella letteratura italiana la vera e propria età moderna, di cui è difficile individuare gli ultimi esiti. Ovvero, siamo noi davvero e solo dei “postmoderni”? Siamo, all’alba del Terzo Millennio, con la lezione, ad esempio, di Italo Calvino o di Umberto Eco, oltre la modernità e già avviati in direzioni del tutto nuove o “altre” rispetto allo stesso Novecento? Ma sono problemi che ovviamente vanno affrontati in altra sede. Qui abbiamo voluto solo proporre una periodizzazione di lungo respiro che non esclude affatto la necessità di periodizzazioni più particolari e “tradizionali”: in altre parole, dire che alcuni grandi fenomeni culturali e letterari (anche rispetto al mondo classico) accomunano l’età che va da Dante a Foscolo, e altri fenomeni quella che da Foscolo giunge alle mobili frontiere novecentesche non vuol dire negare le peculiarità e il valore di più limitati ambiti cronologici, ormai ben consolidati nel sapere comune, Medioevo, Umanesimo, Rinascimento, Barocco, Illuminismo, Romanticismo, Decadentismo, Avanguardia ecc. Vuol dire piuttosto abituarsi a ragionare, come da tempo fanno gli storici, su durate molto lunghe, su permanenze importanti, fondamentali anche in letteratura, come del resto ebbero a mostrare, pur nella loro diversità di impostazione metodica, grandi critici come Erich Auerbach o Ernst Robert Curtius: ragionare in questi termini ci aiuterà anche a capire le radici “europee” delle nostre stesse tradizioni.

1.4 Una complessa definizione di Medioevo

Il concetto di Europa(external link) infatti non è astratto se sappiamo ripercorrere le nostre più significative tradizioni letterarie, il pulsante e dialogante patrimonio che per secoli ha visto intrecciare le voci di italiani ed europei attraverso la produzione e la circolazione di tanti testi, di tante fucine intellettuali. Come diceva il grande poeta romantico inglese Shelley(external link), la letteratura e la poesia uniscono ciò che altri saperi dividono: dalla nostra città alla nostra regione fino all’Italia e all’Europa troveremo, nelle differenze (così importanti, ad esempio, nella storia, anche linguistico-dialettale, italiana), molti fili e tracciati che ci uniscono. La letteratura, i suoi classici, i suoi grandi protagonisti – e in Italia con una forza del tutto particolare – sono la via maestra per riconoscerli e rifarli nostri. E per procedere in tale direzione è necessario partire dalla complessa e affascinante stagione medievale e dagli snodi problematici che di essa sono propri e che da quasi un secolo ormai studi fondamentali innanzitutto di storici, ma ovviamente anche di filologi romanzi, filosofi, letterati ci hanno squadernato con prospettive di ricerca fortemente innovative. Chiariamoci subito: il lungo tragitto storico che dalla fine dell’Impero romano giunge all’età umanistica e rinascimentale, al XV secolo, non è sintetizzabile in alcuna formula di comodo.

1.5 Arbitrarie schematizzazioni

E in realtà gli stessi picchetti cronologici che lo delimitano sono fortemente arbitrari e di uso pratico, così definiti come li definirono, nella prima metà del XV secolo, umanisti del calibro di Leonardo Bruni(external link) o Poggio Bracciolini(external link) in entusiastica scoperta filologica e storica di alcuni elementi fondativi della cultura classica latina e greca. Ma già, ad esempio, nello stesso periodo, un grande storico, antiquario, umanista come Flavio Biondo, nel ricostruire, nelle sue Decadi, proprio il lungo arco di secoli che aveva fatto seguito alla fine dell’Impero romano poneva sul tappeto distinzioni più sfumate e arricchiva di colori tutt’altro che uniformi la tavolozza culturale e storica dell’età di mezzo. E, sempre a stare al XV secolo, elementi altri rispetto alla tradizione classica e pur decisivi nella costituzione dell’impasto complicatissimo del “puzzle” medievale, come l’ebraismo o i fondamenti della cultura islamica, erano oggetto di attenzione non convenzionale da parte di intellettuali del calibro di un Galeotto Marzio(external link) o di un Pico della Mirandola(external link). E così se da un lato Roma antica non svanisce d’un colpo ma decade nel corso di un periodo molto lungo, iniziato nel cuore stesso della sua storia (memorabili in merito le osservazioni di un maestro dell’antichistica come Santo Mazzarino(external link)), impregnando di sé con nodi indissolubili le pratiche consuetudinarie dei barbari invasori almeno fino alla grande “rottura” della conquista longobarda (questo vero spartiacque fu appunto già ben colto proprio dal Biondo(external link) ); dall’altro lato l’onda lunga di pratiche religiose, istituzionali, sociali, culturali medievali va tracimando ben oltre il canonico Quattrocento umanista fin nel cuore della modernità: basti pensare all’apprendistato sul diritto romano o su quello canonico, all’eredità religiosa e teologica di tanti ordini monastici e al ruolo della Chiesa e dell’Impero di matrice carolingia, alla pratica ermeneutica fondata sul commento con le glosse, alle strutture feudali di organizzazione sociale ed economica del territorio, ai modelli cavallereschi, a molteplici forme di elaborazione dell’immaginario e dei labili confini tra realtà e finzione, tra mondo reale e mondo spirituale o visionario, alla codificazione di alcuni generi letterari di grande impatto sociale come il poema, il canzoniere lirico (ulteriormente e definitivamente rielaborato e riproposto in chiave esistenziale nuova poi da Petrarca) o la novella.

1.6 L’ Umanesimo e le forme della transizione

Se parlare di Medioevo vuol perciò dire collocarsi tra questi picchetti mobili, ciò non significa certo annullare le distinzioni nel mutarsi delle epoche ma semmai addentrarsi meglio nelle “faglie” di transizione, nei punti a più alta densità di convivenza tra permanere di antiche culture e affermarsi di forti esigenze di rinnovamento (il rinascere appunto petrarchesco e quattrocentesco a partire da una acquisizione nuova del patrimonio antico-classico del sapere): emblematica in tal senso l’epoca, in Italia, che va dal Duecento e da Dante alla prima età dell’Umanesimo, l’età del Petrarca, dei Salutati(external link) e dei Bruni(external link), dei Biondo(external link), dei Valla(external link) e degli Alberti(external link), l’età in cui rinasce ad esempio in Occidente, a partire dall’Italia, la conoscenza diretta del patrimonio greco classico, dopo secoli di oblio, e contestualmente però permangono vivaci le letture arabe-medievali dei classici della filosofia greca (si pensi infatti alla lunga durata dell’aristotelismo averroista ancora in pieno Cinquecento ad esempio con Pomponazzi(external link), Machiavelli, Vettori(external link), Nifo(external link) e tanti maestri delle Università di Bologna, Padova, Napoli e di altre ancora). È un’epoca in definitiva che si configura come una chiave di volta per comprendere le forme della transizione, l’intreccio delle culture vecchie e recenti e le peculiarità del nuovo, specie in ambito letterario.

1.7 Un’“ermeneutica infinita”

E perciò ci si consenta ancora qualche osservazione che riteniamo doveroso rimettere al centro del dibattito critico: innanzitutto occorre con forza richiamare l’attenzione sulla gigantesca mole di elaborazione ermeneutica che, nel Medioevo, attraversa tutte le religioni e va tracimando ovunque tra Mediterraneo e Nord Europa come modello nella stessa pratica di lettura ed interpretazione dei testi in quanto tali, di fede o laici che fossero. Dalle comunità ebraiche in esercizio sulla Torah e alle prese con l’esteso mare della tradizione talmudica e cabbalistica(external link) all’esegesi continua sul Corano delle grandi correnti politiche e teologiche dell’Islamismo(external link) e ovviamente al cimento cristiano, patristico occidentale (e agli inizi ancora in clima di piena “romanità” con Girolamo(external link), Ambrogio(external link), Agostino(external link), Benedetto(external link) e così via) e bizantino, ma poi continuo nei secoli, su Vecchio e Nuovo Testamento è una intera civiltà di dotti, religiosi, fedeli più o meno colti che per secoli e secoli impernia i paradigmi del sapere sulla lettura, sul “commento” e sull’esegesi di testi scritti, ovvero i libri fondativi delle proprie religioni. Per di più, e molto maggiormente di quanto si suole pensare, in una continua reciproca osmosi, molto oltre le guerre e le persecuzioni che periodicamente sembravano ergere steccati impenetrabili tra popoli e comunità di diverse estrazioni religiose. E si aggiungano poi, all’interno stesso del cristianesimo come dell’islamismo e dell’ebraismo, le profonde divisioni, le violente scissioni o le tendenze scismatiche (o “eresie” com’era uso dire in ambito cristiano) rispetto alle posizioni di volta in volta dogmatiche ed egemoni, il tutto alimentato da un confronto duro e continuo intorno all’interpretazione, che si riteneva più corretta e vicina alla Verità, dei Testi fondativi delle reciproche fedi. Studiare letteratura del Medioevo (ma anche storia dell’arte ovviamente o filosofia ), perciò, vuole innanzitutto dire la necessità di fare i conti con questa “ermeneutica infinita” che imprime i suoi statuti alla pratica del leggere, dello scrivere, del commentare ovvero della letteratura al suo cuore. Vuol dire di conseguenza cimentarsi con un abito connaturato di allegoresi dei testi, di loro fruizione a più livelli, dal letterale all’allegorico appunto, che è statuto decisivo delle consuetudini sapienziali medievali così distanti dalle nostre in tal caso. Ma non solo ovviamente in letteratura se questo abito fondativo forgia dei suoi caratteri, ad esempio, il modo con cui in Occidente, da Bologna in primis, ci si riavvicina al corpo del diritto romano per commentarlo con “glosse” ermeneutiche; o se, presso la cultura islamica, diviene strumento essenziale, più o meno nello stesso periodo, per leggere e commentare con Avicenna(external link) e Averroè(external link) i grandi del pensiero filosofico greco, Platone e Aristotele, in una operazione di mediazione culturale del sapere greco in chiave “mediterranea” nuova che segnerà profondamente lo sviluppo della filosofia, della letteratura non meno che della scienza tra Medioevo ed età moderna. O ancora: si pensi al minuzioso e capillare lavorio filologico sui testi che caratterizza la cultura bizantina sempre a partire dalla grande stagione ermeneutica di cui prima si diceva.

1.8 La riappropriazione dei classici

Nella cultura cristiana medievale-occidentale tutto ciò ha una ricaduta decisiva sulle modalità di riappropriazione dei classici latini e di quei classici greci conosciuti essenzialmente solo grazie alle traduzioni e ai commenti arabi (la conoscenza del greco in Occidente, come dicevamo poco sopra, si era dispersa, ed è ben noto, nell’epoca medievale e rinascerà in Italia grazie ai dotti bizantini esuli nel primo Umanesimo dopo la caduta per mano turca di Costantinopoli(external link)), modalità che seguono il modello esegetico, allegorico e sapienziale collaudato già sui testi sacri: Virgilio(external link), Orazio(external link), Ovidio(external link), Seneca(external link), Lucano(external link), Cicerone(external link), Aristotele(external link) entrano a forza nel cursus dell’intellettuale cristiano mediati da procedure esegetiche consolidate e da letture allegoriche atte a “sminare” l’oggettiva conflittualità che poteva aprirsi tra i capisaldi della cultura pagana e generazioni addestrate alla centralità del messaggio cristiano e della figura “scandalosa”, e apparentemente inconciliabile con la cultura classica, del Gesù risorto (rilanciata in tale centralità da San Francesco in piena età comunale). Il Cristo uomo e Dio, sofferente tra gli uomini e morto e poi risorto è exemplum decisivo per l’immaginario medievale e lo sforzo di conciliazione di tale fede con il lascito classico resta una delle imprese più straordinarie e originali della cultura medievale realizzata soprattutto sul terreno dell’arte e della letteratura. Il Medioevo fu anche tutto ciò e lo studioso di letteratura o di storia dell’arte non può non accentuarne il peso decisivo per i suoi studi.

1.9 La formazione del letterato

Ed è attraverso simili procedure ermeneutiche che si costituisce il terreno di formazione dei maggiori poeti, scrittori, artisti e letterati tra XII e XV secolo, l’età appunto di cui si diceva: siamo di fronte infatti ad un esplosivo intreccio tra apprendistati giuridici, teologici, scientifici, retorico-stilistici, allegorizzanti che non è in alcun modo possibile confinare in astratti canoni e partizioni, come spesso si continua a fare, di pura “letterarietà”. All’altro polo, certo, dei protocolli letterari medievali vi è l’immenso campo dell’immaginario su cui da tanto tanti storici come Le Goff soprattutto hanno puntato l’attenzione. La questione è fondamentale: per un verso essa rimanda a quella sfera del divino e dell’“invisibile” che è connaturata all’ermeneutica dei testi sacri di cui si parlava. Ma vi è altro ovviamente. Vi è il nesso con l’oralità e l’ancestralità delle antiche culture e credenze popolari e pagane. Vi è una “alterità” precopernicana, spesso irriducibile ai nostri canoni, nella concezione del Mondo, del Cosmo,del Cielo, della Natura, cui si accede come a un grande libro da sviscerare in modo allegorico: in essi albergano foreste intricate di simboli e immagini, presenze visibili e invisibili ma sempre concepite come reali, storie complesse e molteplici ricche comunque di “senso” da decifrare, con una “pienezza” che noi, educati alla percezione dei “vuoti”, dell’assenza e dell’infinito propri del sublime romantico, facciamo fatica a comprendere e rivivere. Il “silenzio” stesso dei monaci e degli eremiti è un silenzio operoso e partecipe della ricchezza e della pienezza appunto del mondo e di Dio; non è il silenzio angosciato di fronte al vuoto e al nulla, che sfocia fino all’urlo di Munch(external link), dell’età moderna. Vi è la scoperta dell’infinita galleria del mondo animale (reale e fantastico in continuità seriale) ovvero dell’altra faccia della “creaturalità” in cui l’uomo è calato, emblema di contiguità e differenza, domesticità e ferocia: di qui le letture allegoriche e le complesse simbologie legate al mondo animale tali da dar vita a vari e fortunatissimi generi letterari, dal favolistico al sapienziale al narrativo sia epico che novellistico (con il grande protagonista Renart/Volpe(external link)). Vi è l’ansiosa esplorazione di tutte le possibili vie di un “infinito narrare” (quell’attitudine umana al pensiero narrativo esplorata da Jerome Bruner(external link)), attraverso i generi più disparati (e molto la geniale intuizione di Jolles(external link) sulle “forme semplici” ci aiuta a discernerne le dinamiche e le possibili origini) secondo una polarità che va dal massimo di fantastico al massimo di verosimile fino a sconfinare nel terreno storiografico e cronachistico: senza cesure interne ma con un continuum che mescola forme, trame e personaggi (e ce lo ricordava nei suoi studi, importanti per tutto quello che qui andiamo dicendo, Hans Robert Jauss(external link)). Emblematica, in tal senso, la vasta letteratura medievale su Alessandro: al tempo stesso personalità storica, precorritore e figura quasi del Romano e bizantino Impero d’Oriente, exemplum ora positivo ora negativo per intenti paideutici, ora protagonista di mirabolanti avventure tra cielo, terra, mari del tutto aperte alle suggestioni del piacere della narrazione fantastica come dimensione indispensabile e coessenziale alla stessa facoltà scientifica e raziocinante.

1.10 La novella e la tradizione comica

Quanto in Dante e in Boccaccio si trova di questa radicata humus medievale filosoficamente attenta alla potenza immaginativa della fantasia come indispensabile strumento conoscitivo del nostro intelletto! È la dote in definitiva che consente proprio a Dante lo sforzo supremo di riferire e narrare ai lettori la sua esperienza della visio divina e celeste in Paradiso. Eppure è proprio a partire da questa peculiarità della narrativa medievale che possiamo riconoscere, ai suoi albori, la grande questione epistemica, cara al dibattito di tutta l’estetica moderna, del rapporto tra realtà e finzione, tra immaginazione e verità, tra fantasia ed esigenza morale del “verosimile” con funzione di formazione e non solo di intrattenimento. Forse è a queste radici, a questo duplice statuto, e non a improbabili allusioni a una storia mai ben certificata di letteratura popolare, che va ricondotto uno dei prodotti più originali della nostra civiltà letteraria ovvero la novella, dal Novellino al Boccaccio e fino ai ricchissimi esiti rinascimentali (uno su tutti: Bandello(external link)). Che è poi la grande, vera linea “europea” della nostra tradizione comica, realistica e carnevalesca oltre che narrativa: non sono i pur simpatici Cecco Angiolieri(external link) o Rustico Filippi(external link) o Folgòre di S. Gimignano(external link) ( sui quali in anni passati si costruì quasi una ideologia di entusiasmo populistico imperniata intorno al mito della cosiddetta letteratura comico-realistica) a farci transitare dal Medioevo verso il moderno dipanarsi del comico e del realistico, del ferino e del picaresco ma la grandissima “invenzione” del Boccaccio col Decamerone (paragonabile solo, per importanza, al poema dantesco) poi mediata da un vivacissimo e decisivo rovello umanistico di Alberti(external link), del Panormita(external link), del Piccolomini(external link), del Burchiello(external link), del Pulci(external link) e di un Pontano(external link) in cimento filologico su Plauto ma anche sulle forme del sermo d’intrattenimento e della facetudo. Ancora una volta si è costretti a “legare” un aspetto del tardo medioevo ad esperienze della raffinata civiltà umanistica quasi ad avvalorare la convinzione, che avevamo prima esposta, di come sia indispensabile esplorare ed interrogare, come decisiva, quella “faglia” di sovrapposizioni scrittorie ed ermeneutiche collocabile in Italia tra XII e XV secolo e di cui si vanno qui in parte definendo i molteplici tracciati. Il discorso può essere poi esteso alla letteratura di viaggio (anche nell’aldilà), collocata anch’essa fra due poli estremi di istanze narrative, tra l’estro del mirabolante e la verosimiglianza puntuale del resoconto realistico, così cara ai cristiani (Marco Polo(external link)!) come a musulmani ed ebrei e peculiare di tutte le culture mediterranee fin dall’archetipo dell’Odissea e di Ulisse (così magistralmente ritrascritto dal “medievale” Dante!).

1.11 Romanità, urbanità, ruoli sociali

Per giungere infine alla fondamentale scrittura e pratica storiografica che attinge radici inequivoche nel possente lavoro di scavo sulla storia romana compiuto dai giuristi glossatori alla ricerca di nuove identità per i nuovi Comuni. Anche su ciò occorre intendersi: se il Medioevo è a lungo la civiltà dei castelli, dei monasteri, delle foreste e delle campagne, è nel Medioevo, dall’anno Mille o giù di lì, che la dimensione delle città, dell’urbanitas poi così cara agli umanisti, si afferma in forme inedite (anche sul piano urbanistico-architettonico) rispetto alle stesse fisionomie urbane antiche ed è infatti essenzialmente urbana la caratura dei fenomeni culturali e letterari che fin qui abbiamo descritto, urbana e spesso connotata da una laicità prorompente che stacca alcuni resistentissimi cordoni ombelicali che legavano importanti aspetti della vita civile e istituzionale delle città esclusivamente ai paradigmi formativi della prassi religiosa e monastica (gli affreschi a Siena del Buon Governo(external link) della città di Ambrogio Lorenzetti(external link) sono esemplari per quanto qui argomentiamo). Ciò che ovviamente non toglie nulla all’importanza del permanente influsso di quell’ininterrotto e inossidabile “abito ermeneutico” proprio di tutte le culture religiose medievali, di cui dicevamo quasi in apertura, e che continuerà a convivere per secoli intrecciato ai valori laici emergenti dalle società comunali; il che è poi connotato primario e costante dell’identità del Medioevo in quanto tale. Che non è mai solo religioso, solo laico, solo mercantile, solo monastico, solo cavalleresco ma è insieme tutte queste cose e tante altre ancora che proprio arte e letteratura ci testimoniano con straordinaria evidenza. Ma appunto il quadro non sarebbe almeno in parte esaustivo se non richiamassimo l’affermarsi nella civiltà medievale di complicate dinamiche antropologiche di grandissimo interesse proprio per chi si occupa di letteratura: in una società classica e poi medievale adusa al primato dei bellatores (celebrati dalla grande poesia epica di tutti i tempi), dell’aristocrazia del sangue, al primato del vir condottiero, politico, mercante, vescovo, ecco affacciarsi in Europa (e già col ciclo arturiano in parte e ovviamente soprattutto con la grande stagione provenzale) e poi in Italia (alla Corte di Federico II(external link)) modelli di costume amoroso e di sua trascrizione poetica che sembrano dettare nuove istanze e nuovi protocolli per il ruolo stesso assegnato alla donna e al suo poeta-sapiente, e fino al culmine davvero rivoluzionario e sul piano letterario e su quello antropologico e su quello religioso-salvifico dello Stilnovo. Lo snodo, ancora una volta, è per la letteratura italiana sempre quello, è l’epoca del Duecento e di Dante, di Petrarca, di Boccaccio e del primo umanesimo. Aveva allora davvero ragione Zumthor(external link): di quell’epoca così lontana e talora troppo complicata da decifrare compiutamente con gli strumenti a nostra disposizione e che pure oggi così tanto solletica il nostro immaginario anche popolare, di quel Medioevo che ci ha segnati nel profondo possiamo avere forse solo una idea frammentaria, parziale, connotata di testimonianze non sistematiche che però vanno come ricollocate in scansioni cronologiche e geografiche da ripensare con curiosità nuova, specie se vogliamo addentrarci in alcune fondamentali stagioni della nostra civiltà letteraria.


Page last modified on Tuesday 23 of November, 2010 10:08:59 CET

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